Il sangue del melograno: Sergueï Paradjanov

di Fabrizio Faggiano

Apriamo questa rubrica con l’intento di non definirne in alcun modo i limiti.
I luoghi e i non luoghi, le visioni e le cecità, gli spazi e le prigioni, i momenti e le vite, tutto ciò e nient’altro saranno le parole chiave di questo nostro srivere.

Iniziamo questo viaggio con il ritratto di una delle figure più straordinarie del cinema del XXI secolo, Sergueï Paradjanov.

Artista plurietnico, pittore, musicista, nasce in Georgia nel 1924 da genitori armeni. Il padre, antiquario, gli trasmette il gusto per gli oggetti d’arte, i décors, i costumi, le collezioni. Si interessa, da presto, al canto, il floklore, l’iconologia, la coreografia.
Nel 1946 entra a studiare nella prestigiosa VGIC (L’Università statale pan-russa di cinematografia S. A. Gerasimov). Allievo di Igor Savtchenko, Alexandre Dovjenko e Mikhail Romm inzierà a realizzare film a partire del 1954 (il primo cortometraggio, considerato, perduto é del 1951, Moldavskaja skazka (Racconto moldavo).
Insaziabile di conoscenza e attirato dalla sua cultura originaria, quella armena, si traferisce in Ukraina dove ne impara la lingua, ne sposa le tradizioni e le credenze. È qui che avrà le prime noie con la censura sovietica che lo perseguiterà praticamente per tutta la vita.
In Ukraina Parajanov gira, tra gli altri, Ukrainskaya rapsodiya (Rapsodia ucraina, 1961), Tsvetok na kamne (Il fiore sulla pietra, 1962) e Tini zabutykh predkiv (Le ombre degli avi dimenticati, 1964). Quest’ultimo film, considerato uno dei capolavori del regista, si svolge nei Carpazi ukraini, in un villagio abitato dagli utsuli, una popolazione autoctona. Divisa in dodici quadri che evocano i dodici mesi dell’anno, quest’opera é una sintesi visionaria di come natura e arte possano fondersi e confondersi. La metafisica e l’armonia dei luoghi camminano mano per la mano con la storia e l’etnografia, unificandosi in una visone cinematografica eterogenea, un atto anico.

L’universo artistico di Paradjanov si nutre di magia, esotismo, credenze, immagini tra le più variegate, simbolismi. La libertà di esprimersi, personalissima, é più forte del rullo compressore sovietico che cercherà di reprimere il suo creare troppo originale, troppo fuori dagli schemi e dalle norme. Certo, la prigione e la censura lo indeboliranno e l’ombra del suicidio e della follia danseranno insieme, pericolosamente e dolcemente, nell’arco di tutta una vita. Al buio di questo mondo crudele egli reagisce con la luce della fantasia, la magia dei colori e dei culti, l’atto creativo.

Il suo é un cinema ricco di eternalismo, leggende, immagini potenti, erotiche e al contempo esoteriche.
Da molti considerato il suo film più riuscito Sayat Nova (Il colore del melograno, 1968) ripercorre la vita del trovatore armeno vissuto nel 700. Fu girato tra l’Armenia, la Georgia e l’Azerbaïdjan
I canti lirici di Sayat-Nova (il suo vero nome era Harutyun Sayatyan) ne fanno uno dei poeti più amati e popolari in terra armena. Vissuto soprattutto alla corte georgiana compose migliaia di canti in georgiano, armeno, persiano, lingua azera. Come Paradjanov era nato in Georgia, come lui si esprimeva in diversi idiomi caucasici.
Il regista ci dona un ritratto personalissimo, enigmatico e allegorico, dell’amato poeta. Suddiviso in 8 quadri viventi non si puo’ definire un film biografico. E’ un tentativo di rendere, con il cinema, l’universo poetico, lo spirito profondo, i tormenti di questo troubadour.
Paradjanov dipinge gli 8 tableaux (forse é meglio utilizzare il termine icone) con poesia e fantasmagoria. Le immagini immobili, con continui rimandi al medioevo, scandiscono le tappe della vita di Sayat Nova, l’amore, la conoscenza, la vecchiaia, la poesia, la spiritualità. L’autore filma acome un miniaturista: gli oggetti, immobili, si animano per mezzo di un impianto metrico interno che ne accentua il carattere fortemente simbolico. Come in un manuale cinetico di immagini la visione di stoffe, vasi, ornamenti, tappeti, utensili, arazzi, strumenti musicali, vestiti si sussegue in un’alchimia musicale e allegorica, scandita da un ritmo ieratico. La forte valenza etnografica e simbolica degli oggetti li innalza a testimoni viventi degli uomini del passato. I rimandi agli affreschi delle chiese, alle croci e ai monasteri armeni, la frontalità della composizione, l’orizzontalità e la verticalità dei piani, i suoni e le voci (il film é praticamente privo di dialoghi come lo é la pittura), le musiche tradizionali armene, la policromia figurale si fondono in maniera complessa dando vita ad un flusso semantico in cui ogni elemento filmico-figurativo acquista, elevandosi, un valore emblematico a sé stante. La complessità visuale della composizione, con la sua trama variopinta ci offrono un’opera unica.
All’inizio del film si vedono tre melograni, simbolo antichissimo dell’Armenia, il cui succo sgorga imbibendo la tela bianca sulla quale poggiano; di seguito, un coltello sulla stessa superficie con il medesimo liquido (si tratta forse di sangue come a evocare il genocidio armeno?). Il sacrificio crudo degli animali, il pavone, i khachkar (le croci armene), i cavalli, la conchiglia offrono continui rimandi al sacro e ai culti ieratici. Ma il film é fuori dai dogmi o le credenze scritte, se ne nutre, in maniera colta, ne fà un contrappunto.
Sinfonia complessa e immaginifica, Il colore del melograno é un film ipnotico, unico nella sua specie, un’esperienza visiva a sé stante. Non vuole essere capito ma sentito, non vuol essere guardato, scorre, ammaliante, come un fiume di simboli, negli occhi dello spettatore. Potrebbe essere paragonato, con le dovute differenze cuturali e di background, a Nostra Signora dei Turchi di Carmelo Bene (anche lui del 1968).
Il film é stato da poco restaurato dalla Cineteca di Bologna / L’Immagine Ritrovata con The Film Foundation’s World Cinema Project di Scorsese, in collaborazione con il Centro nazionale cinematografico armeno e le Gosfilmofond russa (istituzioni, queste ultime, dalle quali é stato possibile accedere al negativo camera originale e il controtipo negativo 35mm) e scansionato a risoluzione 4K.
La scenggiatura, apparentemente senza pericoli di censura fu autorizzata ma, una volta terminato, il film fu proibito e tagliato dalla censura di oltre di venti minuti e gli fù cambiato il titolo (originariamente s’intitolava Sayat Nova). E’ l’inizio di quell’accanimento che condusse Paradjanov all’imprigionamento in Ukraina. Accusato di formalismo il regista fu messo al bando. La redazione di un pamphlet sulla salute del cinema sovietico non fece che peggiorare le accuse di antisovietismo e incitazione al culto eccessivo del passato.

Nel dicembre del 1973, incolpato dalle autorità sovietiche di omosessualità, traffico di icone, propagazione di malattie veneree, incitazione al suicidio, sarà arrestato e umiliato, obbligato a confessare ai giudici le sue pulsioni omosessuali anche se senza mai essere passato all’atto. Parlando con ironia di quest’ultima “colpa” dirà di sé stesso: “Sono un omosessuale sovietico ufficiale, il mio appetito sessuale ha fatto soffrire 340 membri del partito comunista sovietico” terminando la sua dichiarazione con il gesto dell’ombrello. Le autorità gli rimproveravano implicitamente di incitare al nazionalismo (ukraino).
Nel 1974, dopo 6 mesi di prigione preventiva, é condannato ai lavori forzati per 5 anni in uno dei gulag più duri in Ukraina, dal quale verrà poi trasferito in altri campi. Subirà le peggiori umiliazioni e angherie, verrà picchiato e maltrattato ma reagirà rifugiandosi nella creazione. La sua produzione da recluso comprende mimiature, collages, realizzati con materiali di recupero trovati nei campi. Scriverà 100 novelle e sei scenggiature, diventerà l’amico, il confidente e il magister dei detenuti che gli procurano i materiali con i quali lavora.
Le proteste internazionali contro la sua detenzione porteranno i russi ad “alleggerire” e rendere “più accettabili” le sue condizioni di prigionia. In Europa Visconti, Fellini, Godard, Antonioni, Buñuel, Aragon, Resnais, Yves Saint Laurent protestano ad alta voce e il caso Sergueï Pardjanov fa il giro el mondo (in occidente il cineasta era conosciuto soprattutto per Le ombre degli avi dimenticati, 1964 e Il colore del melograno, 1968).
Andreï Tarkovski lo difende apertamente mettendosi a sua volta in pericolo. Al grande regista russo, suo grande amico, Paradjanov dedicherà il suo ultimo ultimo film Ashik Kérib (Ashik Kérib, storia di un ashug innamorato, 1988) tratto da una novella del poeta russo Mikhaïl Lermontov.
Quando gli si chiesero le ragioni per le quali filmava Pardjanov rispose: “per santificare la tomba di Tarkovski” ; parlando al suo amico e mentore non senza cinismo una volta gli disse che quello che gli mancava era un anno di prigione…
Con Tarkovski Paradjanov condivide il senso del sacro, la trascendenza, l’intuizione visiva.
Le pressioni e le proteste contro la sua detenzione spinsero Brejnev a ridurre la pena. Fu liberato su parola dopo 4 anni e 11 giorni, il 30 dicembre del 1977. Finalmente libero ma povero e senza lavoro ritornò a vivere in Georgia nella casa natale. Gli fu impedito di girare e di emigrare, la sua vita gli pareva non avere più senso. Parlando di sé disse di essere “un cadavere che cammina”.
Ma la macchina della repressione sovietica non si arrestò. La sua arte considerata degenerata gli costò ancora una condanna e il terzo imprigionamento nel 1982 a Tibilisi. Le proteste internazionali ricominciarono e Paradjanov venne liberato dopo 9 mesi di detenzione. Indebolito, stanco e malato ricominciò a lavorare intensamente. La produzione di questo periodo comprende sceneggiature, costumi di scena, collages, quadri.
A partire dal 1984 grazie all’apertura di Gorbatchev e alla successiva politica di Glasnost Paradjanov potette ricominciare a lavorare. Firma nello stesso anno la regia di La leggenda della fortezza di Suram (Ambavi Suramis tsikhitsa, 1984). Del 1985 é il cortometraggio Arabeschi sul Tema Pirosmani (Arabeskebi Pirosmanis temaze) basato sulla vita del pittore georgiano Niko Pirosmani. Ashik Kérib (Ashik Kérib, storia di un ashug innamorato, 1988) é il suo ultimo film. In questo stesso anno viene autorizzato a lasciare l’URSS, si reca allora a Monaco, Parigi, New York, Rotterdam, Londra dove gli vengono dedicate alcune retrospettive. L’ultimo film Confessioni, girato nella sua casa, resta incompiuto. Trasferito a Parigi, malato di cancro ai polmoni in fase terminale, viene rimpatriato a Erevan, nella sua amata Armenia, dove morirà una settimana più tardi il 20 luglio del 1990 a 66 anni.
Un museo gli é consacrato a Erevan, Sergei Paradjanov Museum a partire dal 1991. In questo luogo pensato e progettato da lui stesso in stile caucasico a partire del 1988 si possono ammirare sceneggiture, bozze, disegni, estratti dei suoi film, collages, assemblaggi, bambole, cappelli, una vasta produzione risalente soprattutto agli anni delle prigionia. Puntualmente vengono organizzate esposizioni. Qualora vi trovaste a Erevan non perdete assolutamente l’occasione di visitare questo luogo ricchissimo che vi proietterà totalmente nell’universo di questo straordinario artista.

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