Il volto dell’altro: intervista a Matthias Canapini

di Francesca Casaluci

Abbiamo incontrato Matthias ad Aliano, in occasione del Festival “La luna e i calanchi”. Di lui si diceva: << è quello che cammina >>, e per giorni i nostri sguardi si erano incrociati con reciproca curiosità. L’occasione di stringerci la mano è arrivata presto: abbiamo potuto così chiedergli in che senso lui è “quello che cammina” e conoscere la straordinaria esperienza di questo ragazzo di Fano (PU), classe ’92.

Matthias è un fotografo e reporter; << ha viaggiato nei Balcani, Turchia, Caucaso, Est Europa e Siria, documentando tematiche diverse tra loro come le adozioni a Pristina, le proteste in Bulgaria, le mine antiuomo in Bosnia e Armenia o i ragazzi di strada a Bucarest. Durante gli ultimi viaggi è entrato due volte in Siria per documentare le condizioni di alcuni campi sfollati siti a qualche km dal confine >>.

Nel mese di marzo 2015 ha intrapreso un nuovo cammino, un viaggio via terra dalle Marche fino in Cina e ritorno, utilizzando quasi esclusivamente mezzi pubblici. Scopo del viaggio è stato quello di raccontare iniziative di ONG e << tentare di ridare un volto ed un nome a quell’umanità spesso messa in secondo piano, ferita da guerre, persecuzioni e disastri ambientali. >>

Da questo viaggio è nato il libro “Il volto dell’altro”, edito da Prospero editore (http://www.prosperoeditore.com/ebook/il-volto-dellaltro-detail.html)

Abbiamo voluto proporre a Matthias una breve intervista, per capire meglio il suo lavoro, ciò che lo ha mosso e i suoi obiettivi.

F: Matthias, come e quando nasce la tua voglia di sperimentare il viaggio come occasione di racconto?

M: Ho cominciato a viaggiare in solitaria alla ricerca di storie da raccontare e condividere nell’inverno del 2012, all’età di 19 anni. All’epoca sono partito per la Bosnia per tentare di realizzare un breve reportage relativo alla presenza di mine antiuomo nelle campagne di Sarajevo. L’eredità bellica forse più tangibile a distanza di tanti anni. Questa passione per le storie e i reportage è iniziata però anni prima, già all’età di 16 anni. Ricordo interi pomeriggi passati a leggere gli scritti di Terzani o  Kapuscinsky, i quali alimentavano la mia voglia di scoprire, scrivere, riportare a casa una testimonianza. La molla definitiva è scattata durante un pranzo di natale, quando in famiglia si discuteva della guerra in ex Jugoslavia. Io, essendo nato nel 1992, non ricordo nulla a riguardo, sicché mi limitavo ad ascoltare. Ma ricordo le parole di mio zio: “quella guerra mi faceva tanto schifo che spegnevo la tv pur non guardare”. In quei momenti è questione di attimi. Prendi una scelta! E cosi sono partito per capire se la guerra fosse finita davvero. Ho scoperto, purtroppo, che non era e non è cosi ed ho continuare a camminare, macinare km via terra, con mezzi pubblici fino in Turchia, Georgia, Ucraina e Cina per scoprire e raccontare storie a grandi e bambini.

F: Il tuo ultimo viaggio parte nel 2015 e ti porta dalle Marche fino in Birmania. Ci racconti qualcosa di più?

M: Dopo aver viaggiato nei Balcani, Caucaso, Est Europa e vicino Medio Oriente, ho deciso di spingermi oltre, superare confini e frontiere, spingermi  via terra fino in Asia e continuare a raccontare nuove storie e realtà, sempre a “passo d’uomo”, lentamente, coi mezzi pubblici, per continuare ad avere una maggior comprensione del mondo. Vederlo cambiare lentamente, sentire gli odori e i sapori, assaporare la geografia in costante cambiamento, vivere ciò che ti separa dalla meta, sempre se infondo ce ne sia davvero una. Nel mese di marzo 2015 ho lanciato in rete un nuovo progetto intitolato “Il volto dell’altro”. Un viaggio via terra fino in Cina e ritorno quasi esclusivamente via terra, mirato a raccontare iniziative di ONG internazionali e tentare di ridare un volto ed un nome a quell’umanità spesso messa in secondo piano, ferita da guerre, persecuzioni e disastri ambientali. In sei mesi di viaggio, grazie all’aiuto di tante persone (amici, conoscenti, sponsor ecc) siamo riusciti a raccontare le retrovie del conflitto in Ucraina, l’eredità dell’agente arancio in Vietnam, le pre elezioni in Birmania o la rotta dei migranti nei Balcani. Davvero tante storie!

http://wots.eu/2016/08/07/cambogia-il-soldato-perfetto/ (reportage Cambogia)

http://www.qcodemag.it/2015/11/20/namaste-nepal/ (reportage Nepal)

F: C’è qualcosa, secondo te, che accomuna realtà e storie lontane nello spazio oggi, nel mondo moderno? Ovvero esiste qualcosa che può essere definito un “respiro comune” dell’umanità?

M: Penso che ciò che lega l’umanità del nostro mondo, sia proprio l’umanità insita in noi. Ho visto tanta dignità, coraggio, umanità e amicizia anche nelle situazioni più drammatiche, come nei campi sfollati in Siria o le baraccopoli del Nepal. I piccoli gesti come cucinare, curare l’orto, fare l’amore, mandare a scuola i propri figli, passeggiare e ridere. È questo ciò che accomuna il nostro mondo forse, la semplicità di resistere ogni giorno, malgrado le mille difficoltà. Può sembrare banale, superficiale, ma se tutti noi tenessimo a mente che dietro i numeri e le percentuali ci sono sempre persone esattamente come noi, saremmo forse più in grado di abbattere pregiudizi e muri. Come tante cose brutte, nel mondo esistono anche tante cose belle. Ma sappiamo che i media sono complici, quindi credo sia un dovere capire che se anche la speranza e le belle storie non vengono mostrate, non significa che non esistano. Credo fortemente che l’umanità sia ancora più forte delle paure nel nostro tempo. C’è ancora tanto da fare, con la consapevolezza di sentirsi parte di tutto questo e portare avanti un messaggio di rispetto e convivenza.

F: Raccontaci la cosa più piacevole e quella più spiacevole che hai potuto vivere oppure osservare durante questo viaggio.

M: Tante immagini si accavallano nelle mente quando ripenso ai viaggi precedenti e in particolare all’ultimo. Davvero troppi aneddoti, sia piacevoli che spiacevoli. Un bellissimo incontro che ricordo è stato quello con una comunità di pastori e contadini nel sud della Thailandia. Ho incontrato anche i figli, giovani alunni di una scuola immersa nella foresta. In questo angolo di mondo tramandano valori e legami umani molto forti. Tramandano il rispetto verso la terra e le persone, insegnano a curare l’orto, parlare agli animali, prendersi cura dei più piccoli e degli anziani. I bambini studiano in aule con i nidi degli uccellini tra le travi e nel pomeriggio si perdono tra il verde della foresta. Ognuno è sostenuto dal villaggio, nessuno vive solo. Un episodio-storia molto spiacevole ma che ci tenevo particolarmente a raccontare è stato l’eredità bellica dell’agente arancio, una diossina altamente chimica lanciata dagli USA durante la guerra del Vietnam. A distanza di 40 anni nascono ancora migliaia di bambini deformi con gravi problemi mentali, malattie e tumori di ogni tipo. Si spengono lentamente nelle brandine dell’ospedale tra il silenzio generale dei media. Si contano 3.5 milioni di persone nel paese affette da Agente Arancio ed i medici assicurano che fino alla quinta generazione non ci sarà segno di miglioramento, quindi per altri 100 anni circa. È un ricordo che, al pari di altri, mi porterò dentro per sempre credo. Ma la “bellezza” secondo me sta nel raccontare queste sfumature, salvare una storia, un volto, un nome e far si che non vadano perse nello schifo generale.

http://wots.eu/2016/06/09/agente-arancio-e-vietnam-leredita-di-un-conflitto/ (reportage Vietnam)

F: Che cosa vedi tu nel “volto dell’altro”?

M: Ne “il volto dell’altro” vedo nientemeno che me stesso. Vedo noi tutti, vedo il mondo, vedo un’umanità senza catene ne frontiere. Vedo un’unica cosa, mi sento parte di tutto, un tutto che racchiude in ognuno di noi sentimenti, pensieri, incertezze e dubbi.

 

Rigraziamo Matthias e lo salutiamo con questa bellissima citazione di Clifford Geertz che ci sta molto a cuore:

<< Vedere noi stessi come ci vedono gli altri può essere rivelatore.

Vedere che gli altri condividono con noi la medesima natura è il minimo della decenza.

Ma è dalla conquista assai più difficile di vedere noi stessi tra gli altri come un caso tra i casi, un mondo tra i mondi, che deriva quella apertura mentale senza la quale l’oggettività è autoincensamento e la tolleranza mistificazione.

Se l’antropologia interpretativa ha un qualche ruolo nel mondo, è quello di continuare a re-insegnare questa fuggevole verità >>.

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