Il surrealismo della vita quotidiana: intervista a Eva Pervolovici

di Fabrizio Faggiano

Eva Pervolovici è una giovane regista di origini rumene che conta al suo attivo un impressionante numero di cortometraggi, video artistici, fotografie e collaborazioni alla scrittura di romanzi e riviste d’arte.

Il suo punto di vista poliedrico è sensibile ad un’intenzione primordiale: rendere visibile la soggetività lasciando parlare il surrelaismo della vita quotidiana.

Dopo aver effettuato i suoi studi a Bucarest, Edinburgo e Parigi Eva ha potuto far conoscere i suoi films in differenti festival internazionali. Ha partecipato al Talent Campus di Berlino, Sarajevo e Rejkjavik. Nela 2010 la selzione per la ricompensa Berlin Today Award le ha permesso di realizzare Little Red, un cortometraggio presentato al festival di Berlino del 2011.

Lo stesso anno ha ottenuto il premio “Cannes à la Flip” per il miglior corto. I due corti LubaBen e Mina sono stati presentati al festival di Rotterdam nel 2011 (in competizione e Spectrum), Quiara Ah! Al festival Di Mosca IFF nel 2014, Ovo al Message to Man di San Pietroburgo nel 2013 e Ica Riding Hood al Thessaloniki Film Festival nel 2013. I suoi film sono stati anche proiettati in Romania, al Transylvania IFF (per 5 anni consecutivi) e al Next Film Festival di Bucarest.

 

FF: Cosa ti ha spinto a filmare? Il cinema per te è una passione, una necessità, una curiosità o tutto questo insieme?

EP: Quasi un istinto. Non mi sono mai detta che avrei fatto il cinema e che avrei fatto la regista. Non sapevo neanche cosa volesse dire quando ero bambina. È curioso perché sto lavorando ad un progetto sull’immaginario genetico e sui quadri dei miei genitori che sono artisti. Mi sono chiesta se è la loro creatività che mi ha influenzato in qualche modo. A volte mi domando se quest’universo non sia genetico. Nell’età adulta, a 30 anni, riconosco e ritrovo degli elementi del mio immaginario nelle opere dei miei genitori.

 

FF: Questi fantasmi scaturiti dall’arte dei tuoi genitori hanno preso in qualche modo un’altra forma?

EP: Certamente, anche se tutto ciò è complesso, parodossale, non c’è una sola spiegazione. Forse si tratta di un’eredità o forse dipende dal fatto che sono nata da un parto difficile, ed ho problemi di vista. Il fatto di non vedere bene, durante l’infanzia, si è tradotto in una sorta di completamento della realtà tramite l’mmaginazione. Scrivevo, disegnavo: sia la letteratura che le arti visive mi hanno molto inspirato durante la tenera età. Ad un certo punto ho avuto una camera VH8 con la quale filmavo la mia casa, gli oggetti, il quotidiano.

 

FF: Perchè il cinema piottosto che la scrittura o il disegno?

EP: Non credo che il cinema si sia imposto, l’immagine non s’impone. Il cinema non è solo immagine ma l’equilibrio tra la letteratura, la poesia, il suono e il visivo.

 

FF: Tu sei giovane e in pochi anni hai già al tuo attivo una nutrita serie di cortometraggi e un lungometraggio. So che stai lavorando a tre diversi documentari. I tuoi orizzonti sono compositi, indipendenemente dai generi o dalle durate. In tutte le tue opere quello che emerge tra i temi a te cari sono il sogno e la realtà. Dove si situa nel tuo cinema e nella tua idea di cinema il sogno? Dove la realtà? Dove il surrealismo?

EP: Il sogno è fondamentale. Quello che mi interessa e che mi intriga è trovare l’onirico e il surreale nella vita di tutti i giorni. La mia esigenza non è quella di esplorare mondi parealleli, propriamente detti surrealisti. Racconto delle storie legate al presente e alla sua banalità, realiste se vogliamo, e introduco degli elementi onirici o surreali. Parto dalla realtà per superarla. È il mio modo di vedere la realtà, la vita.

 

FF: Nel tuo primo lungometraggio Marussia, c’è la realtà e l’assurdità. Il realismo e il sogno coesistono in maniera straordinaria.

EP: Dipende molto dal punto di vista, da come guardiamo le cose. Per quanto riguarda Marussia ho voluto guardare il mondo da un’altezza differente. Questo s’inscrive in quello che dicevamo. La realtà é un punto di vista, se guardi un tavolo da un’altezza pittosto che da un’altra la visione che ne consegue non é la stessa. Non c’é bisogno di chissà quale scenografia, basta guardare il mondo che ci circonda in modo diverso.

 

FF: Come prendono forma queste immagini reali per diventare assurde o surreali nell’esercizio della scrittura?

EP: Sto lavorando alla scrittura di un documentario che parla dell’assurdità della storia, dell’energia dei luoghi, di come la storia si ripete. L’immagine è importante perchè racconta in modo specifico il presente di questo luogo che si trova a Bucarest. È una zona incredibile, una sorta di giungla lasciata all’abbandono in città. Questo é quello che chiamo la visione reale. Poi c’è la parte letteraria, la testimonianza di persone non più in vita, che hanno scritto sulla loro esperienza del passato.

Le immagini reali sono estetiche, parallelamente ci sono le testimonianze letterarie che vengono dalla scrittura di alcuni prigionieri politici rumeni che hanno scritto in francese. Sono delle testimonianze incredibili che si sovrappongono in voce off a questa mera realtà delle immagini del luogo presente. Per me il cinema è l’equilibrio tra l’estetica e quello che racconti. Quello che racconti anche col testo crea immagini. L’immagine senza la parola non funziona.

 

FF: Che posto prende la scrittura nello sviluppo di un soggetto di un film?

EP: Viviamo in un mondo dove le cose si svolgono secondo determinate dinamiche. Anche se non è nelle mie corde, diciamo che non é il mio approccio naturale, oggi bisogna prima scrivere. Devi iniziare da qui se vuoi avere dei finanziamenti. L’economia odierna del cinema ci obbliga a passare da qui. Quest’esercizio non é anodino perché mi rendo conto che alla fine la scrittura mi aiuta molto. Per i miei documentari ad esempio con la mia produttrice si discute dell’importanza della scrittura a monte ma anche del fatto di filmare prima e di costruire con la scrittura poi, cosa essenziale nell’approccio documentario. Ma l’industria cinematografica vuole la scrittura prima di decidere se finanziare o sostenere economicamente un film, anche se si tratta di un documentario.

 

FF: Come riesci a coniugare le immagini che ti ispirano dal punto di vista fantasmatico e quindi tutta la parte puramente visiva con l’esercizio della scrittura?

EP: Nessun progetto è uguale ad un altro. Il metodo cambia a seconda della storia che si vuole raccontare e del film che si vuole fare. Ci sono progetti dove il soggetto scaturisce dalle immagini, immagini forti dalle quali si parte per sostruire un soggetto, un trattamento e una sceneggiatura. Ci sono casi differenti dove l’idea parte da una storia, da un personaggio e la scrittura racconta di questa storia, di questi personaggi e le immagini si aggiungono quasi a descrivere tutto ciò. Ci sono film che cominciano e si fanno a partire da immagini, altri a partire da storie o parole. Se parliamo di finzione oggi non puoi non scrivere per sottomettere un progetto a una qualsiasi commissione. Questa é la realtà.

 

FF: E per Marussia?

EP: Quando dovevamo girare Marussia dissi alla mia produttrice che non potevo scrivere, per me la cosa fondamentale era seguire la bambina protagonista. Così abbiamo deciso di fare un film quasi senza sceneggiatura. Ho dovuto scriverla per depositarla ma alla fine agli attori la sceneggiatura è servita tantissimo. Pensavo che avrebbero improvvisato ma sono stata contraddetta dalla realtà. È stato un punto d’appiglio per loro, soprattutto nell’economia dei personaggi che incarnavano. Quest’esercizio di scrittura si è rivelato utile per diverse ragioni. Quando lavoro sui documentari mi capita spesso di girare prima di avere un dossier.

 

FF: Tu hai in cantiere due o tre documentari. Cosa cambia nell’approccio documetario della realtà? Qual’è la necessità, quale lo sguardo che t’interessa di questo genere?

EP: Per me non è così differente il documentario dalla finzione. Risponde alle stesse esigenze estetiche e di costruzione a partire da elementi sparsi. Costruire è la parola chiave, non è un reportage dove si mostra la realtà. Quello che differenzia i due modi di vedere credo sia il lavoro sugli attori. Quello che adoro nella finzione è il lavoro che da regista fai con gli attori, nel documentario sei più solitario, sei con della gente che non vuoi e non devi assolutamente influenzare. Nella finzione anche la scrittura si adatta agli attori che hai a disposizione, la sceneggiatura cambia a seconda di alcune sfumature e tratti specifici. Costruisco relazioni forti con i miei attori, sia durante la scrittura che prima dell’inizio delle riprese. Per quanto riguarda il documntario si tratta quasi di voyeurismo, l’idea è di sorprenderli nella loro bellezza, in quello che sentono, non influenzarli in nessun modo. Quello che m’interessa nel documentario è osservare questa bellezza che è in qualche modo fuori dal cinema (di finzione), assecondarne la purezza.

 

FF: Quali elementi ispirano e alimentano la scrittura di un soggetto?
EP: Scaturiscono tutti da cose che ci toccano, che viviamo, che ci sono vicine. Delle volte quando sei al cinema e guardi un film ci sono delle scene che ti ricordano la tua infanzia o dei momenti della tua vita e questo senza che il regista del film ti conosca.

La tua storia, quella che stai raccontando che è anche un po’ la tua, si amplifica e determina un’identificazione anche da parte degli spettatori, questa è la magia del cinema.

 

FF: Nei tuoi films le donne hanno dei ruoli cruciali. Qual’é la forza della donna nel tuo modo di vedere il cinema?

EP: È qualcosa di inconscio, non si tratta di militanza o di strategia. Quando si mettono al centro dei film dei personaggi femminili succede di essere chiamata femminista perché parli di donne. Niente di più sbagliato. Racconto storie di donne, tutto qui, m’interessa molto la vita vista dal punto di vista delle donne. Nei miei film tutto è raccontato dal punto di vista delle donne, anche gli uomini. Ci sono grandi personaggi femminili nella storia del cinema, ma rappresentare é completamente diverso da adottare un punto di vista. Il punto di vista femminile non é rappresentato abbastanza nella maggior parte dei films.

 

FF: Cosa vuol dire essere cineasta nel 2017?

EP: Credo che Parigi sia il miglior posto dove vivere se vuoi fare cinema. A Parigi mi sento a mio agio e sento che c’è un posto per me, cosa che sarebbe difficile avere ad esempio in Romania. Il paradosso è che riesco ad ottenere finanziamenti dal CNC francese malgrado io sia “straniera” e fatico molto ad averne in Romania, nel mio paese. Essere una donna regista é più difficile come é più difficile lavorare da donna in vari ambienti. Non si é pagate alla pari, non si hanno le stesse chances.

 

FF: Quali sono le differenze sostanziali nell’approccio lavorativo tra lungo e cortometraggio?

EP: Nei due casi l’esperienza umana è la stessa, si tratta di incontri e del messaggio che si vuole trasmettere. Per me non c’é una differenza enorme. Certamente la durata diversa comporta uno sviluppo maggiore, un tempo lavorativo e dei costi diversi ma il coinvolgimento umano, l’intensità, l’energia emotiva sono gli stessi.

 

FF: C’é un soggetto feticcio, qualcosa che hai sempre sognato di raccontare nel passato o nel presente, un film che senti che prima o poi farai?

EP: Tutto cambia nel tempo, anche i sogni e le attese. C’è un’evoluzione anche nel pensiero delle persone a seconda delle tappe della vita. Ho tanti progetti a cui sto lavorando intensamente. Sono questi films che sto preparando che occupano tutte le mie energie, è questo che sogno, di realizzarli. Si tratta di due lungometraggi di finzione: un adattamento di un libro di uno scrittore romeno, Victor Stoichita (Oublier Bucarest) che stiamo producendo con la Romania. Stiamo cercando un coproduttore francese perché questo é un progetto che ha bisogno di tempo e di mezzi anche finanziari per realizzarsi e ho molto a cuore. L’altro è un film che sto girando nel nord della Francia. Poi ci sono due documetari sui quali sto lavorando con la stessa casa di produzione e un cortometraggio sull’attività artistica dei miei genitori che ho già cominciato a girare, si chiamerà Un soir dans l’atelier de mes parents. In questo corto c’é una parte biografica sull’immaginario genetico, una sorta di esplorazione di me stessa e del mio immaginario familiare.

 

FILMOGRAFIA SELETTIVA DI EVA PERVOLOVICI

Marussia, 82 min

Uscito al cinema nel 2015, distriuito da Hevadis Films.

2013 – Genération, Berlinale IFF

Premio della Jeunesse TV5 Monde per il film francofono, Transylvania IFF, Roumanie ; Festival of Festivals IFF , St-Petersburg; Flying Broom, Ankara ; Festival International du Film Indépendant de Bordeaux – menzione speciale ; Rehovot International Women’s Film Festival, Israel; Femina, Rio de Janeiro, Omsk IFF, Goa IFF of India, Festival du Cinéma Russe Honfleur, Prix du Public Auburn IFF, Australie, Let’s CEE Film Festival, Autriche, Bahamas IFF, Lahore Children And Youth IFF, Pakistan, Osnabruk IFF.

Ica Riding Hood, 15 min

2013 – Thessaloniki Film Festival

Ovo, 12 min

2013 – Next IFF, Bucarest ; Message to Man IFF, St. Petersburg

Florentina, 8 min

2012 – Transylvania International IFF 2012, Bucarest Experimental IFF, Next International IFF

Little Red, 10 min    

2011 – Berlin Today Award, Berlinale 2011

LubaBen, 30min

2011 – Rotterdam IFF – Tiger Competition, Indie Lisaboa IFF, Alternative Barcelona

Mina, 14 min

2011 – Rotterdam IFF – Spectrum, Kolnus IFF

The Portentous Death ,16 mm, prodotto da Screen Academy Scotland 2010

Down the Rabbit Hole, 15 min, 35mm

2009Fresh Film Fest, Karlovy Vary IFF, Singapore International Short FF, Strasbourg IFF, Social Communication Cinema Conference, Kolkata, Inde, Trailblazers Shorts, Edinburgh IFF, Expresion en Corto, Mexico, Premio del miglior cortometraggio al Prix MIFF, Film Festival Internazionale di Milan, East End FF, London IFF

Naoussa IFF ed al Festival des Nations, Ebensee, Autriche

My Undone School Film, 15 min, 16 mm

2007 Premio del miglior film sperimentale, Hyperion FF, Premio – 7ArteFest, Transylvania IFF, Anonimul IFF, Milwaukee Short Film Festival, USA, IPIFF, Cinemaiubit Student FF, Cinéma au féminin, Parigi,

Amelia, 35 mm, Noir & blanc, UNATC                                                               

2007 Premio per la fotografia, Jury Special Price – 3rd Students’ IFF EARLY BIRD, Bulgarie

Cinemaiubit Student FiFF, Anonimul IFF,

Climbing the Giraffe,

2006 Parkgewusel Festival, Autriche, International Panorama of Independent Filmmakers, Grèce, Transivania IFF

Video-poems: 5 corti sperimentali

2007 Process Space Art Festival, Balchik; caviarGAUCHE, Vienne; CEE Photofund, Bratislava; Istituto Culturale rumeno di Parga, Berlino, Madrid, Venezia, Budapest, Parigi, Vienna

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