La “trinità” laica di Pinocchio, il burattino-ciuco-bambino che è rimasto in fondo al mare

di Sebastiano Di Paolo

Se oggi s’avverte la dominanza di un’epoca che stenta a riconoscere e ad amare una tanto pronunciata e proclamata alterità, il bene smisurato che Geppetto ha voluto a Pinocchio, è l’esempio letterario di chi, come precorso da Aristotele, ha amato e continua ad amare il soggetto del suo sentimento oltre ogni trasformazione. Che sia burattino, che resti inanimato o che un prodigio misterioso gli doni la vita, Geppetto s’è buttato pure nel “fuoco” gelido del mare in tempesta per non perderlo. Una ragione di vita contemplata nei sogni che un padre, quasi in prestito a una genesi divina, dedica a suo figlio. Un’inversione francescana e disperata della grande parabola cristiana?

Senza considerare l’amore di Geppetto per Pinocchio, nessuna disquisizione letteraria, nessuna speculazione del pensiero o altro affanno filosofico potrebbero vegliare i profondi e ancora irrisolti significati dell’opera di Carlo Collodi.

 

Il Pinocchio di Luigi Comencini, per esempio, realizza appieno la lettura delle avventure di Pinocchio conducendo il suo sceneggiato a puntate col timone dell’amore del padre verso suo figlio. Dall’inizio alla fine, il sentimento paterno che trova appagamento della sua aspirazione nella felicità poetica del suo stesso realizzato – Pinocchio è l’opera di Geppetto – guida il falegname “povero” nella sua vasta condizione interiore, orientandolo all’esterno completamente incondizionato dai suoi stati d’animo. Che sia disperato, sereno o ansioso, Geppetto vuole il suo Pinocchio che, ignaro della saggezza provata e rassegnata dell’anziano artigiano, rivela sin da subito la sua indole contestatrice e ribelle. Il primo e indomito conflitto tra realtà obbediente e sogno ribelle nasce dal dolce contrasto tra il creato paterno e l’identità imprevedibile della filiazione che sarà prima di tutto ragione di scoperta e poi di educazione.

 

Pinocchio, quindi, non vieta la contestazione, non impone un’obbedienza. L’anarchia di Pinocchio è nella maturità della disobbedienza. Il vero protagonista del romanzo è lei, la disobbedienza. Se Collodi lo avesse scritto chiaro e tondo, se l’avesse chiamato così, ci sarebbe da parlare di un romanzo di formazione, ipotesi che non è da disdegnare comunque, se si considera la progressività della crescita e dello sviluppo del protagonista, sia pur secondo fasi non convenzionali, perché Pinocchio non conta i suoi anni, perché anni non ha. Il suo tempo è una parabola esplosiva.

 

La disobbedienza di Pinocchio, soprattutto nello sceneggiato di Comencini (la contemporaneità, determinata dal moto perpetuo che alterna burattino e bambino, fino al finale testimonia ancor più questo processo), s’inizia grezza e bizzarra, irrazionale e al limite del vizio. Niente risolve il dubbio se una strada morale sia migliore dell’altra, perché morale non c’è. Pinocchio è ricolmo di morali, ma non vuole morale. Nonostante le avventure del burattino grondino di allegorie e di metafore di costume, Pinocchio è la neutralizzazione di ogni partitura morale.

 

Il burattino-bambino è cagionato a se stesso, e non dal momento in cui Geppetto decide di costruirlo, ma dall’intervento che gli dona la vita. Poche figure della letteratura hanno ricevuto in dote un carico mutante così ampio e potente. Della “trinità” burattino-ciuco-bambino si sono rivelate, nell’immaginario postumo (ancora in corso), direttamente o indirettamente, apparentemente o profondamente, in via esplicita o implicita, le più fondanti spiritualità umane. La violenza, la tenerezza, l’ambiguità, l’eroismo, il grottesco, nel verso di fondo del suo eroismo imperfetto e picaresco. Un umano totale e impossibile, sintetizzato in un solo uomo, ha forgiato nel legno e nella magia l’origine di un apologo restituito alla decadenza di un neorealismo fiabesco. Soprattutto lo sceneggiato di Comencini, con la sua fotografia crepuscolare, rievoca le suggestioni di un pauperismo ancora rinchiuso nelle sue celle, tra le mura altissime innalzate in nome della diffidenza e dell’incomprensione. Un deserto sconfinato, gelido e secco detta un silenzio secondo cui niente può affrancare l’uomo al quale è stato assegnato un destino ingrato. Luigi Comencini fa pronunciare a entrambi i personaggi “genitori” del burattino la formula civile del destino amaro, dapprima nelle quinte del teatro-circo in cui Pinocchio, reduce dall’inganno del paese dei balocchi, è finito in sembianze di ciuco, per bocca della fatina che accorre a consolarlo, poi nella pancia della balena, attraverso il “E allora va! Vattene! Ma un giorno te ne pentirai. Capirai che a gente come noi la vita non riserva nulla di buono” che Geppetto rammenta a suo figlio desideroso di fuggire dalla bocca del pesce. Ecco perché, nonostante il monito a doppia mandata del padre e della fata turchina, Pinocchio è l’utopia che, sia pur in maniera grottesca e impudente, sia pur con maldestra fattezza, vince la rassegnazione distopica del suo mondo e conquista il corpo definitivo del bambino. La carne per lui è l’assunzione alla vita, non la condanna a una malinconica mortalità.

 

Luigi Comencini sottolinea per tutto il suo racconto il rapporto tra uomo e burattino, consustanziali nella stessa tragedia individuale, superando persino la premialità liberatoria di Collodi, che rivela il bambino solo alla fine del romanzo. Comencini no, Comencini dà il gemello al burattino, l’altra faccia di sé e per sé, con sé e contro di sé, anticipando fiabescamente la disputa psicanalitica che di lì a poco avrebbe affollato il perpetuo convegno multidisciplinare tutt’oggi ancora vivissimo, e restituendo alla letteratura un Vangelo laico dell’eterno binomio tra l’io e l’es. Il Pinocchio di Comencini è una trasposizione cinematografica in un ibrido neorealista e crepuscolare, fedele, comunque, alla poetica di un racconto che ancora oggi resta un’opera capace di giocare d’anticipo sui tempi, battendo sui nervi non ancora scoperti delle frivolezze e dei drammi di una vanitas svenduta e di un passo zoppo e pesante di un senso del rigore che vuole dettare regole identiche a un’umanità in pena della sua stessa oscura identificazione. La pedagogia di Pinocchio rifiuta il dettato esistenziale. Perché vivere secondo qualcun altro se questa vita ci mette davanti a interrogativi ai quali quel qualcun altro non può dare risposta?

 

Nel Pinocchio di Giulio Antamoro, come nello sceneggiato di Comencini, Pinocchio è il generato extra ordinario. Il non nato vivente che sconvolge la monotonia del villaggio e semina un parapiglia che, nella metafora della scena del lavatoio, all’arrivo della pioggia, rappresenta la faciloneria di giudizio, la pietas d’occasione e, come spesso avviene, a queste non risponde un reale soccorso, a cui quasi tutti tendono a sottrarsi. Nella scena rappresentata da Comencini il capannello di lavandaie attorno al bambino, infatti, viene disperso dall’arrivo del temporale, con Pinocchio rimasto da solo sotto la pioggia. Da lì inizia il suo lungo processo alla solitudine. Pinocchio ne è un simbolo. Lui è compreso soltanto dal suo genitore e contemplato, in una rigidissima (a tratti brutale) e pietosa educazione dalla fata turchina.

 

Allora, se il prodigio del Pinocchio di Collodi è la sua trasfigurazione, la sua liberazione dal burattino, invece che immaginarlo improvvisamente libero in un mondo che non cambierebbe davanti a tale “miracolo” e in cui il bambino finirebbe per cadere in una resa dei conti con uno stadio ulteriore della delusione, perché non chiedersi cosa sia per lui il pescecane, oltre a una camera di trasformazione? Comencini, non a caso, battezza la pancia del pesce come luogo di divisione definitiva tra il burattino e il bambino. E se Pinocchio e Geppetto vi fossero rimasti? E se Pinocchio, timoroso di un mondo che lo ha già provato fino al limite mortale (sarebbe questa una terribile quanto profondissima presa di coscienza), decidesse di restarvi per sempre? Se la ragione altissima, visto che al tratto evangelico si è accennato, non fosse il bambino, ma la passione che a lui ha condotto? Davanti a un epilogo del genere, cosa significherebbe Pinocchio? Chi sarebbe Pinocchio?

 

Oltre la vastità asfissiante e claustrofobica della vita normativa, del primariato dogmatico che da secoli guida gli uomini a obblighi e a costrizioni, se dal Pinocchio emerge il codice morale e civile dell’uomo prudente e diligente, nell’abisso presso cui nemmeno il pescecane può addentrarsi, nel luogo nerissimo e irraggiungibile, inferno d’intimità inconfessabili come le preghiere dei divorati dalle sue fauci e dal mare, in quell’antro verticale, come una sfinge perduta, affonda i suoi desideri l’uomo che Collodi avrebbe voluto liberare nel suo romanzo, a dispetto di quel burattino, non scelto a caso, che è la metafora dell’irreggimentato e dell’ammanettato dal senso del vivere secondo protocollo. Riposa in fondo al mare, nella fossa più profonda, l’uomo in carne e ossa, spietato e sfuggente, dolcissimo e generoso, egoista e solitario, col suo animo ramingo e funestato, ambito dal burattino liberato in terra a incarnarsi nel legno a cui ogni ascia paterna, in altre ipotesi addirittura carceraria, può dar forma per quel che appare umana, ma che è soltanto sogno di quell’uomo che dorme, respira e mai riemergerà da laggiù.

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