Navigando sui muri

Navigando sui Muri è un libro sui graffiti navali del Salento a cura di Angelo Cossa, archeologo subacqueo. Con questo prezioso volume l’autore ripercorre la storia delle rappresentazioni dei graffiti navali del Salento dal XII al XVIII secolo.

Da dove nasce e come nasce l’idea di questo libro?

La passione per il mare mi ha portato a diventare archeologo subacqueo. La mia formazione e le mie ricerche si sono rivelate essenziali in questo senso, mi hanno permesso di specializzarmi nel campo dell’iconografia navale.

Qual è il perimetro delle ricerche che hai effettuato e in che epoca si concentrano? Quale la metodologia?

Un aiuto fondamentale in questo senso mi è stato fornito dagli appassionati e dai non addetti ai lavori che negli anni mi hanno segnalato molti contesti graffiti; in particolare la Sovrintendenza dei Beni Monumentali delle provincie di Lecce, Brindisi e Taranto, l’ispettore Giovanni Giangreco e l’Ing. Giovanni Carluccio che mi hanno fornito preziose indicazioni sui contesti. I luoghi dove vi erano le navi graffite sulla pietra hanno indirizzato la ricerca. Per quanto riguarda il range cronologico, il campione analizzato comprende 29 contesti e circa 70 navi graffite che sono riferibili al periodo medievale fino alla tarda età moderna (XII – XVIII) circa sei secoli di storia. I graffiti che ho individuato si riferiscono a determinate tipologie di navi attive in quel particolare periodo. I graffiti navali sono indicativi della percezione da parte della gente del luogo della complessa situazione politica che si stava delineando nel Canale d’Otranto in quegli anni, quando i Turchi e i Saraceni si spingevano verso il Mediterraneo occidentale mentre la Repubblica di Venezia puntava ad un’espansione commerciale nel Mediterraneo orientale. Non è casuale che queste due potenze egemoni si incontrarono dal punto di vista commerciale e si scontrano dal punto di vista militare proprio qui, alle porte dell’Adriatico, nella famosa battaglia di Lepanto del 1571.

Qual è il contesto storico e cosa ci raccontano queste immagini?

In quest’epoca c’è un’instabilità politica che si può riscontrare in alcuni dei graffiti presi in esame. Si ha una rottura degli equilibri internazionali che vedono opposte le due potenze egemoni Turchi e Veneziani contendersi il controllo del Mediterraneo Centrale e quindi del Canale d’Otranto; in questo clima di incertezza politica chi navigava, sia per questioni militari che commerciali, doveva far fronte a questi pericoli e molto spesso si appellava al “divino” per garantirsi una buona navigazione.
Ho individuato graffiti essenzialmente in tre contesti: uno militare, uno religioso e culturale e l’altro produttivo. In quello religioso troviamo molti graffiti sulle facciate delle chiese, nei santuari costieri, molto spesso in grotte. Per i contesti militari spesso li troviamo nelle prigioni di palazzi o castelli (nella prima età moderna individuiamo graffiti navali proprio perché molti marinai, durante i mesi in cui non era possibile navigare a causa delle cattive condizioni meteo marine, venivano rinchiusi all’interno di queste prigioni. Qui raccontavano e rivivevano momenti di vita di bordo). Ciò che emerge dai contesti militari è che in alcuni casi c’è una volontà di andare a raccontare delle storie, un evento politico proprio per narrare quell’autenticità. Un esempio in questo senso sono i graffiti individuati nelle prigioni del castello di Acaya. In questi contesti militari le navi sono rappresentate in maniera particolareggiata, quindi ci fa pensare che ci fosse una conoscenza approfondita di come veniva costruita un’imbarcazione, delle sue componenti specifiche. Si trattava di rappresentazioni molto fedeli alla realtà.
Nei contesti militari (Castello di Otranto, Castello di Acaya, Palazzo del Principe a Muro Leccese) le navi sono rappresentate con temi floreali, animali, simboli di speranza, il sole, la luna, simboli di fede, calendari di prigionia; le navi rientrano in un parterre di simboli iconografici in cui l’autore che era in prigione, per far trascorre il tempo o appellandosi a qualcosa di superiore di fronte alla quotidianità che in carcere doveva essere abbastanza difficile, narrava di queste scene attraverso la rappresentazione graffita.

L’importanza di queste storie di navi e di marinai nel canale d’Otranto dal punto di vista metodologico?

Il graffito dal punto di vista iconografico, sia per quanto riguarda la rappresentazione navale sia di altri elementi, è un modo per dar voce a persone che non avevano voce o un ruolo politico ben definito. Come dice il professore Francesco D’Andria, che ha curato la presentazione del volume e che ringrazio, il graffito “è un modo per raccontare la storia attraverso gli occhi degli emarginati, degli esclusi, di gente che era alla deriva nella società, di prigionieri e di poveri”. Un mondo parallelo e un modo parallelo di raccontare una storia non ufficiale arricchita da indizi, da visioni “profane”, rifacendosi a Foucault.

In che misura questi racconti hanno un valore storico oggettivo?

Ci sono rappresentazioni più fedeli di altre e che si ritrovano nella storia ufficiale. Ad esempio lo splendido complesso graffito ritrovato a Muro Leccese presso il frantoio del Protonobilissimo in cui l’autore oltre a rappresentare delle imbarcazioni fedeli alla realtà, su un intero muro descrive in una scena un raduno di molte navi in partenza, tra cui Galee e Galeazze nel porto di Messina. Il Prof. Paul Arthur dell’Università del Salento è riuscito a risalire al porto di Messina grazie allo sfondo dove si intravede una città sulle cui torri vi è un simbolo con la scritta “Missi”. Molto probabilmente l’intera scena che è splendida per fattura e per rappresentazione, ricchissima di particolari dovrebbe rappresentare la partenza della flotta cristiana a Messina in partenza verso Lepanto. Possiamo qui tracciare un solco dove il graffito va a descrivere una storia ufficialmente accaduta.

Per quanto riguarda le tecniche di navigazione, qual è la novità che questo studio sulla rappresentazione iconografica navale riesce a portare? Arsenali, navi mercantili?

Le tecniche di navigazione vengono studiate da sempre. Le rappresentazioni graffite non fanno altro che confermare o raccontarci l’esistente. Un esempio molto pregnante è quello che riguarda il graffito individuato a Grotta San Cristoforo a Torre dell’Orso in cui è rappresentata la cosiddetta “Nave delle Crociate”. Si tratta del primo tipo di imbarcazione che utilizza la vela latina. Siamo nel XII secolo. Quest’imbarcazione rappresenta il passaggio dalla navigazione tramite vela quadra che permetteva di navigare solo ed esclusivamente col vento in poppa nel momento in cui bisognava risalire la corrente la vela quadra veniva abbattuta e quindi si navigava a remi controcorrente. Con l’espediente della vela latina era possibile navigare di bolina (controcorrente).
Fu un’invenzione nautica particolarmente importante. Immaginiamo come la questione delle distanze, delle rotte e della navigazione nel Mediterraneo, la percezione stessa che l’uomo ebbe dello “Spazio-Mediterraneo” cambiò totalmente nel XII secolo grazie proprio all’invenzione e all’utilizzo di questo tipo di vela che permise di coprire le distanze in molto minor tempo rispetto a qualche secolo precedente.

 

Oggi si parla molto di turismo e di Beni Culturali legati al turismo qual è la nuova frontiera della valorizzazione, della fruizione dei beni archeologici sommersi? Quali sono le strategie per la tutela del patrimonio subacqueo?

Oggi la tutela del patrimonio archeologico sommerso dev’essere la tutela in situ, così come recita la convenzione UNESCO varata a Parigi nel 2001. Si tende quindi a valorizzare i patrimoni subacquei archeologici proprio per garantire una migliore autenticità, si parla di parchi archeologici sommersi come quello che è stato istituito a Baia (Pozzuoli) o ad esempio in Sicilia ad Ustica. Questa è la nuova frontiera che tende a non “decontestualizzare”, evita di prelevare dal mare i reperti e portarli appunto nei musei che per quanto possano essere futuristici, avveniristici o accattivanti, non descriverebbero in maniera esaustiva il contesto reale in cui è avvenuto per esempio un naufragio.
Per quanto riguarda l’Italia negli ultimi anni, nonostante i tagli al mondo della Ricerca da parte dello Stato (basta vedere i dati sulle Università), le ricerche, nel campo dell’Archeologia Subacquea, sono state particolarmente fruttuose.
Con l’Università del Salento (Prof. Rita Auriemma), ad esempio, siamo riusciti a catalogare più di seicento ritrovamenti archeologici subacquei da Egnazia (Brindisi) fino a Leuca lungo la costa adriatica e da Leuca sino a Taranto passando per Gallipoli e Porto Cesareo sul versante ionico. Questi seicento ritrovamenti variano da relitti a relitti ipotetici, da aree di frammenti, ritrovamenti isolati, strutture con cronologie variabili da età ellenistica a quella romana, sino al periodo medievale e moderno. A tal proposito, abbiamo creato anche un database on-line, un sistema informativo territoriale attraverso il quale si possono conoscere questi luoghi, garantendone una migliore Tutela nel prossimo futuro.

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